Condividiamo la puntata di Connessi, rubrica condotta da Chiara Piotto su SKY tg24, in cui Barbara Marchica è intervenuta sui temi dell’eutanasia, del fine vita e del desiderio di immortalità.
Riportiamo il testo delle risposte di Barbara Marchica
Chiara Piotto
Da settimane ne parliamo: la Corte Costituzionale lo prevede nel nostro paese, ma poi mancano di fatto le linee guida da seguire. Di questo si parla e ne parleremo da questa prospettiva: come avvicinarsi alla morte? Come accettare di discutere di morte?
Parliamo di questo tema anche con Barbara Marchica, teologa e divulgatrice spirituale sui social, quindi con una lettura più ampia di quello che significa accettare o rifiutare la morte.
Qual è il limite che si può porre, se il diritto alla morte diventa un diritto senza limite? Se si deve tutelare la volontà del singolo, diventa problematico porre un limite tra fine vita ed eutanasia.
Barbara Marchica
Certo, è una questione ovviamente complessa. La bioetica, sia laica sia anche cattolica affrontano la questione perché di fronte al dolore ed alla sofferenza dobbiamo comprendere, anche nello specifico, il dramma che queste persone vivono. È fondamentale considerare che l’aiuto a morire potrebbe generare una “cultura dello scarto” della persona fragile.
Naturalmente di fronte al dolore ognuno reagisce in modo personale ma un aspetto importante da considerare è anche la dinamica che il paziente vive. In alcune situazioni ci troviamo di fronte, ad esempio, a persone che si sentono un peso per i familiari o persone che possono vivere una situazione anche di dramma nel non sentirsi amati, sostenuti. Bisogna aver approfondito questi aspetti per porre il limite che dicevamo.
Chiara Piotto
In altre nazioni, in cui l’eutanasia è praticata e normata da molti anni, non viene considerato il limite dell’età, come invece per ora sembra essere in Italia. Quindi non dovrebbero esserci limiti di età all’eutanasia, in prospettiva?
Barbara Marchica
La questione diventa più complessa: per poter arrivare a fare, addirittura, una scelta di questo tipo, ritengo sia necessaria una preparazione. Come Paese, innanzitutto: come cultura italiana, noi non affrontiamo il tema della morte e della sofferenza: per noi è un tabù, non ci sono percorsi di formazione e questa è una grave mancanza anche dal punto di vista cattolico. Mi auguro che ci sia una formazione ad affrontare il dolore, non evitarlo, ad affrontare la sofferenza e il grande tabù che è la morte. Altrimenti rischiamo che, quando ci si trova davanti a tutto questo, ci sia una reazione e non una azione, un agito consapevole, perché mi trovo di fronte a qualcosa che mi spaventa.
Chiara Piotto
Dalla tua prospettiva, la comunità cattolica si è aperta a questa idea di riflessione sulla morte, anche sul fine vita c’è stato un passo in avanti?
Barbara Marchica
Sicuramente c’è un’apertura per quanto riguarda, ad esempio, le cure palliative: quella che viene definita una terza via tra l’eutanasia e un accanimento terapeutico. Si può optare per questa terza via che è, appunto, quella dell’accompagnamento: quindi, ben venga un apertura di questo tipo, in cui si dà un’assistenza fisica, psicologica ma anche spirituale, perché la persona deve essere considerata in una visione olistica: mente, corpo e anima.
Chiara Piotto
Abbiamo parlato di biotecnologie e investimenti per raggiungere l’immortalità. Non dovremmo accettare che la vita vale la pena di viverla meglio, invece di viverla più a lungo? Forse anche questo fa parte del concetto della morte: accettare che la morte dia un senso questa vita, che altrimenti diventerebbe molto lunga e noiosa.
Barbara Marchica
Questo sarebbe, forse, l’ingrediente magico… il problema è che noi non siamo preparati a vivere tutto questo e non siamo capaci a vivere il nostro presente. Viviamo una cultura della performance, siamo sempre veloci e questo crea dei problemi, soprattutto quando entriamo nella dinamica del vuoto esistenziale. La salute rischia di diventare una falsa chimera, se la realtà del corpo non viene armonizzata in maniera intelligente. In realtà questo è il valore è della spiritualità, delle regioni: richiamarti alle tue domande di senso, non tanto darti una risposta ma porti delle domande. E allora, nel momento in cui pongo delle domande e ritorno nel mio presente, mi centro. Ecco la fatica dell’uomo occidentale, della donna occidentale, è sicuramente quella di “rimanere qui”, perché noi siamo portati tendenzialmente ad uscire dal presente, da noi. Sant’Agostino già diceva “Rientra in te stesso” ma questo “rientrare in me stesso” mi chiede delle competenze psicologiche e spirituali e, ad oggi, questa cosa manca.
Chiara Piotto
La distanza che si crea tra quello che vediamo e l’aspettativa: ne parlavamo prima come di sogno che si infrange quando la vita reale colpisce, spesso in maniera molto crudele, e crea questa mancanza. Se c’è una mancanza di senso, un vuoto alla base, le persone possono sentirsi perse. Con la tua prospettiva da teologa, Barbara, che cosa si può fare per essere meno sguarniti di fronte a questa sensazione di vuoto?
Barbara Marchica
Innanzitutto servirebbe proprio una formazione che parta dalle scuole, che prenda in considerazione le competenze relazionali, per imparare a relazionare bene con te stesso e anche con l’altro. Per affrontare i problemi che hanno una causa affettiva, occorrono delle soft skills: imparare a comunicare, a gestire il mondo emotivo.L’OMS aveva chiesto all’Italia già nel 2008 di inserire dei percorsi sulle competenze relazionali ma ad oggi non sono stati introdotti, se non da qualche dirigente scolastico illuminato o da qualche docente. Proprio di fronte a tutti i temi che abbiamo affrontato fino ad ora, noi siamo sguarniti ma è sguarnita anche la classe docente perché bisogna avere competenze relazionali per poter trasformare la scuola, che non si dovrebbe occupare solo di fornire un intelligenza cognitiva ma anche di dare gli strumenti dell’intelligenza sociale, emotiva… Insomma: dare un piccolo “kit di sopravvivenza” relazionale. È una realtà per noi italiani ancora lontana e che invece in America è molto presente: tutta l’area dell’intelligenza spirituale. Dovremmo lavorare anche nell’offrire un’intelligenza spirituale, oltre all’intelligenza cognitiva: offrire quelle famose qualità interiori, che gli antichi definivano le virtù. Immaginiamo di educare i ragazzi, ma anche gli adulti, a temi come la pazienza, la gratitudine, la generosità: si va a cambiare climi, non solo scolastici ma anche lavorativi, familiari, comunitari. Manca proprio tutta questa formazione che prende in considerazione la persona in toto, senza demonizzare il corpo (questo è un altro rischio che deriva anche da un retaggio cattolico). In realtà l’obiettivo dovrebbe essere di andare a creare un’integrazione bio-psico-spirituale.
Chiara Piotto
Un ultimo consiglio da teologa: come affrontare il rapporto con l’intelligenza artificiale?
Barbara Marchica
Sarebbe interessante coniugare il tema dell’intelligenza artificiale con quello dell’intelligenza spirituale che, riguardando l’essere umano a 360 gradi, non deve per forza sfociare in un ambito confessionale. Deve lavorare sulle nostre relazioni, sulla qualità delle nostre relazioni… Penso al discorso dell’eternità di cui parlavamo prima: il desiderio di eternità descrive un bisogno dell’essere umano di vivere per sempre che è presente in molti letterati, filosofi…Possiamo affrontare questo bisogno di vivere per sempre se consideriamo la dinamica dell’integrazione dei benefici che l’intelligenza può portare, senza perdere la dinamica delle relazioni e dell’interiorità della persona.